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recensioni e testi critici
DA “URBAN CREATURES” dal 19 GIUGNO Al 16 LUGLIO 2010 dalle 18.00 Palazzo S. Bernardino - Rossano (CS) Spazioeventi Mondadori, San Marco - Venezia a cura di Settimio Ferrari e Francesca Londino. ARTISTI IN MOSTRA: Angelo Barile - Michele Bono - Maurizio Cariati - Linda Carrara - Delya Dattilo - Debora Fede - Diego Dutto – Dellaclà - Damiano Fasso - Gavino Ganau - Mario Loprete - Francesco Liggieri - Ilaria Margutti - Sabrina Milazzo - Jara Marzulli - Andrea Riga - Matteo Tenardi - Angelo Volpe. Creature urbane in bilico tra lo smarrimento e la riconquista dell’identità individuale. Qui l’arte visiva non smette di rincorrere la realtà: ed ogni volta qualcosa le resta tra le mani.
Urban Creatures è il titolo della
mostra itinerante ospitata nel progetto artistico culturale “Arcanum
Naturae”, a cura di Francesca Londino e Settimio Ferrari,
patrocinato dal Dipartimento Politiche dell'Ambiente della Regione
Calabria e dal Comune di Rossano.
DA “ CRISTALLI DI ROCCA” I Edizione.
Dellaclà si autorappresenta sempre
con un sorriso amplissimo, con il dito medio a fare il noto gesto sconcio (a
chi? All’osservatore, a se stessa? Né all’uno né all’altro, ma alle
avversità della vita! ), con un’accetta, con un coltello, una pistola in
mano nell’atto di infliggersi un colpo (sempre sorridendo): sicuramente una
rappresentazione ironica, paradossalmente, ma, come sempre, nell’ironia
appare un velo di tragicità, di insoddisfazione, di un qualche desiderio o
obiettivo non ancora raggiunto, di incertezza all’ ingresso della vita
autonoma ed autosufficiente, ma anche di rassegnata accettazione, nonostante
il “travestimento”che afferma se stessa. Le immagini poi, tutte oli su tela,
stilisticamente tengono conto della massa di immagini che, dal fumetto al
computer, dal film d’ animazione alle fotografie iperealistiche, ci bombarda
da anni quotidianamente.
DA “ GIOVANI ARTISTI DI-SEGNANO IL SACRO IV “
In Dellaclà colpisce lo spazio dove
silenzio e immagine dichiarano l’annuncio invocando la bellezza. La luce
prende forma, ricostruisce l’inconsistenza di un sogno. Minuziose
descrizioni generano immediatezza e contraddittorietà, mentre tutto si
stempera in una dolcezza imprevista. Nel chiodo che l’artista rivolge a sé
la rievocazione di un tragico destino: l’infamia della violenza. Nella
prefigurazione della passione, l’incanto della nascita si lega
irrimediabilmente al mistero del male, ma oltre il dolore c’è consolazione,
la morte trascorre, muta e matura in dono perenne. Emozioni segrete
dell’artista e tempestose passioni vivono in intense pulsioni cromatiche e
accompagnano un sentimento poetico.
TWIN SOULS FRAGMENTS
Quando si parla di nuova pittura di
matrice figurativa si entra in una campo minato e sovraffollato, che il
grande successo espositivo e di pubblico, ormai neppure più troppo recente,
ha popolato di innumerevoli cloni, di cifre stilistiche ripetitive o banali,
di esercizi accademici o di addirittura di mero artigianato ritrattistica
spacciato a caro prezzo. Un’inflazione che rischia di distogliere
l’attenzione dalla reale e epocale importanza che il recupero della
figurazione ha avuto nell’ evoluzione dell’arte contemporanea, assumendo una
funzione insieme rinvigorante e dialettica nei confronti di un panorama
ormai esausto: d’altra parte le banalità e le furberie sono sempre esistite
e ho conosciuto non pochi concettuali e astrattisti improvvisati. Quello che
conta veramente nell’arte, al di là di ogni moda, è la reale tensione
creativa, un’ansia insieme mentale, fisica e psicologica che nessun
esercizio formale può comunicare. Un’ansia e anelito che sono ben presenti,
vivi e palpitanti nelle opere di Dellaclà che gioca con frammenti e i
particolari di un volto, non un ritratto, assolutamente, ma l’idealizzazione
di un alter ego. Dellaclà è giovanissima ed esuberante e così giovane la sua
anima gemella, e coloratissima, appariscente, vitalissima. Labbra turgide di
fragola, occhi di gatto è una figura forte e trionfante che vive di luce e
nella luce ricorda le “Figlie del Sole ” di Kerényi, Circe, Medea, la Forza
che cavalca l’aureo leone, le splendide e terribili dee gialle che incarnano
il lato femminile del nostro astro (anche in Giappone il Sole è una dea:
Amaterasu). Questa personalissima ricerca parla di una donna determinata
nella sua fragilità e la giovane artista la declina con una tecnica
sorprendente e matura che accompagna lo spettatore in un particolarissimo
viaggio, interiore e esteriore insieme. Disegnando per tappe la geografia di
un volto, l’autrice ci porta nei meandri della psiche profonda, ci racconta
i sogni e le aspirazioni che si nascondono dietro un battito di ciglia su
due occhi verdi, ci immerge nella tensione, appena accennata ma fortissima,
che si cela in una plica nasale, ci introduce alla corte di questa regina
gialla, privatissima e universale, affascinante e sfuggente, bella e
terribile come non mai una donna o, meglio, come sempre ogni donna.
“BATHROOM OF ARTIST... ARTIST IN THE BATHROOM"
I bagni degli hotel sono uno dei
luoghi più ambigui e complessi fra tutti quelli che ci portano a frequentare
le nostre esperienze di vita, forse più delle stesse camere: con la loro
inestricabile commistione di sfera personale e privatissima e, insieme, di
dimensione pubblica e collettiva, sprigionano un fascino discreto venato di
sottile morbosità. Sono ambienti deserti popolati da tutta un’umanità,
immaginaria eppure realissima come noi, che ci ha proceduto e ci seguirà,
compiendo gli stessi atti “segreti”, specchiandosi negli stessi punti,
sfiorando gli stessi oggetti, con un potenziale perversamente evocativo
indiscutibile e, proprio per questo, sono gettonatissimi dai più creativi
tra i giovani artisti che partecipano a fiere d’arte. Inevitabilmente quindi
questi spazi ristretti e sospesi, carichi di suggestioni emotive, hanno
ispirato Dellaclà a creare il suo personalissimo bagno d’ artista,
declinando in chiave di installazione-autoritratto e realizzato con la
solita prorompe vitalità. Un pizzico di sano narcisismo coniugato a una dose
di ironia caratterizzano questo progetto, letteralmente dominato
dall’autrice, che emerge non solo dalle piccole tele che costellano le
pareti ma, inaspettatamente, anche dalle spugne da bagno, a far da corona al
vero fulcro dello spazio: l’artista che espone se stessa nella vasca in una
sorta di performance statica o, meglio di ready made umano. Il bagno di
Dellaclà, solare come tutta la sua opera, è una sorta di boudoir
contemporaneo, espressione di una femminilità trionfante utilizzata con
frivolezza tattica per raggiungere obbiettivi ben più profondi e concreti…
gioco, ma non solo.
DA : “LIBERAMENTE LIBRO” - ”IL LIBRO DELL'IO”
Tra il pubblico e il privato si
muove la ricerca presentata da Dellaclà. Attraverso la proposizione
dimostrativa di un’immagine vista all’esterno, di un nucleo di ricordi
ostruiti alla visione e di una parte in cui sono gli amici ed i conoscenti
più stretti che si rapportano con la sua personalità. In bilico tra questi
mondi dell’artista, si trovano quindi tantissime concezioni legate all’
attualità, in cui la sfera privata diviene un microcosmo da serbare ma che
può divenire un’arma a doppio taglio, soprattutto nell’ importanza
dell’apparire del mondo attuale dell’arte.
Da: SETTE/SETTIMI - “Il gesto impuro”
Una cosa è certa, che i suoi, sono
lavori facilmente riconoscibili. Per aver sottratto alle varie forme quel
clima di nostalgico recupero postmoderno che ha visto mettere in atto, dagli
anni ottanta in poi, una pittura figurata e spesso riguardata per mero
ricalco. Dellaclà lo ha fatto con le sue azioni che mostrano una chiara
rottura con il passato; ritraendo forme che attestano atteggiamenti di un
collettivo vivere quotidiano, con un gesto che sfugge alla riflessione e
fotografa atteggiamenti da cui trapelano i segni preliminari
dell’individualismo e della sfrontatezza. Come asserito e visto avanti, ciò
da facoltà di apprezzare un grado di originalità da cui trapela una forte
ironia e permette una più diretta lettura del lavoro che non significa,
però, emulazione degli stereotipi odierni ma, un semplice desiderio di
appartenervi considerata per Lei la piena e legittima facoltà di tradurli in
forme d’arte. Questo interesse non ha nulla a che vedere con la fatalità,
che pure può essere vista nella profusione del make-up che, nei termini di
un compassato stile cinematografico la sua, quella dell’artista appena
ventenne, raggiunge direttamente lo spettatore con la potenza dell’
immagine, messa in posa e in atto per configurare il fatidico “gesto” che
subito ci appare sgradito. Guardando colei che lo presenta, cioè la persona
ritratta che lo indica esibendo anche la lingua leggiamo rari spunti di
effettuale comicità. Tanto è vera la demistificazione, accertata nel gioco
ironico e non solo che l’ artista, sottraendo il suo vero nome nega
autenticità e autorialità propria del costume e del sistema dell’arte.
Elimina una parte del nome per suggellare la neutralità dell’attribuzione.
La dominazione espressa verbalmente, fa pensare al sentimento confidenziale
ed affettuoso che ci fa dire… “Siamo della-Clà”. Le idee sculture realizzate
in ferro, presentano il “filo continuo” e della continuità. Deprivate di
autorità, come farebbe un teen-ager che in quella istanza fa confluire la
pura immaginazione- dissolta l’ identità- la figura silhouette assume in sé
il potere della fascinazione, che attiene all’immagine e perde la contiguità
con il passato poiché, la semplice azione, non comporta alcun conflitto.
Perciò, nessuna coerente filiazione dalle regole. Si tratta piuttosto di una
battuta spiritosa che presenta il gesto del fare arte… quel fatidico gesto
impuro.
Dalla Mostra: CASSETTO DISORDINATO
Sono opere ironicamente irriverenti quelle in cui Dellaclà si
autoritrae, facendo di se stessa un oggetto di rottura dai canoni, sia
puramente tecnici che di etichetta formale. In un corpo di donna possono coesistere i contrari, perché gli opposti possono addizionarsi fino a far nascere una vera e propria corrispondenza tra le parti, poiché la luce per vivere ha inevitabilmente bisogno dell’ombra. E in un luogo chissà dove vi sono figure femminili che mostrano e si mostrano, sorridono e si disperano, dormono e sono liete di esistere. Una giovane donna, Ilaria, matura e raffinata; una ragazza, Dellaclà, totale esuberanza e primavera della vita. Genio femminile. Cuore di donna. Vicende e narrazioni di due anime, di due artiste.
Ilaria Margutti ha una coscienza
della rappresentazione intensa e potente, ci ha regalato soavi fanciulle
dormienti raggomitolate e tiepide nel loro torpore; una nudità casuale che
si mostra nell’incoscienza del sonno e del sogno. Dellaclà sembra farle da
contraltare, “lei” è audace e provocatoria, vestita di maculato, ha cuspidi
rosa di capelli, labbra cremisi e spessi arabeschi di trucco. Spontanea e
accattivante nella sua femminilità alterata. Sorride, sempre. Anche quando
si fa scintillare un coltello a lunga lama vicino alla tempia. Sorride e
ammicca. Anche quando un’accetta si frappone fra la sua testa e il collo.
Ilaria privata e intensa, Ilaria di complessi tratti emotivi. Dellaclà
eccedente e accattivante, abbellita, Dellaclà desiderabile perché eccessiva.
Figure quasi sempre isolate e decontestualizzate. Ilaria mette a nudo i
nudi, “nuda in un ambiente nudo” si diceva della fanciulla in età puberale
di Munch. L’anima gemella di Dellaclà (così è stata definita) mostra la
lingua e alza il dito medio e si punta un coltello nel décolleté a ricordare
la Donna gioiello di Huysmans “un gioiello meraviglioso dardeggia i suoi
lampi nella divisione dei seni”. Preziosismo senza affettazione alcuna per
Ilaria, preziosità tutta attuale per Dellaclà. La prima dipinge e ricama,
nascono corpi fatti di fili di seta e cotone; impeccabili nel loro biancore
attraversato da fili che sembrano tracciati in punta di pennello. Dellaclà,
invece, offre cromie acide e artificiose come il blu e il verdastro.
Esprimono due diverse chiavi di decifrazione psicologica, l’una e l’altra in
bilico tra il visibile e l’invisibile; Ilaria quasi egoista nel restituirci
il volto tutto, Dellaclà esageratamente generosa. Entrambe si affermano e si
negano, entrambe di ironia e tristezza, pungenti e cedevoli, perché gli
opposti sono inconciliabili solo in apparenza, perché “ogni letto di sposa è
fatto di ortica e mimosa”.
LA SCENA VARIEGATA DELLA PITTURA
Dire che l’arte è morta è solo una finzione, anche se purtroppo sono in molti a crederci: c’è chi dice che l’arte si sia ormai dissolta nella tecnologia, e che debba solo esprimersi in un puro atto di pensiero, o in un’azione fine a se stessa, o in una presenza corporea emblematica. Tuttavia, nelle pagine di questo catalogo e negli spazi di questa esposizione sono riunite le esperienze espressive di artisti figurativi e astratti, grazie ai quali è ancora possibile dimostrare quanto la tradizione della pittura, come uso espressivo della materia cromatica, sia tuttora viva e attuale.
Le artiste e gli artisti che andiamo qui a proporre sono dei professionisti, per i quali dipingere rappresenta ancora una sfida intellettuale, un esercizio di laboriosa manualità, un’aspirazione a comunicare la loro percezione del mondo attraverso il linguaggio visivo.
Aver riunito dialetticamente, nello stesso spazio, artisti di tendenze anche opposte, ha consentito di mettere in scena un interessante gioco delle parti; ma ha soprattutto significato segnalare quanto di nuovo è ancora possibile realizzare in arte, quando si ha il coraggio di andare controcorrente, affrontando cioè lo spazio della tela o della tavola con l’applicazione sapiente del segno e del colore.
In queste presenze non c’è nulla di esaustivo o di assoluto e neppure nulla di tendenzioso; si tratta soltanto di composizioni portatrici di singole voci poetiche e persuasive, che si rivolgono alla mente e al cuore di chi guarda. Tuttavia le diverse espressività costringono a un’attenzione più intensa di quella che si riserva solitamente a un’esposizione monotematica: nel percorso fra un’opera e l’altra si potranno quindi confrontare le tecniche e le tendenze, trovando analogie e contrapposizioni, oppure si potrà andare al piacere della scoperta, facendosi guidare solo dal gusto personale. È la libertà, comunque, che va sempre lasciata al visitatore di una mostra.
Per quello invece che ci concerne, va segnalato il lavoro di Lucia Cecchi, dove il tema dell’assenza-presenza è la costante di una coerente rappresentazione del silenzio. Le corrispondono per contrasto le trame pittoriche di Gianna Zanafredi, dove l’azzeramento dell’immagine abbandona il tema dell’utopia del reale, a favore di un gusto attivo del colore. A queste due signore della tavolozza si affianca la ricerca di Andrea Terenziani, i cui lavori si arrestano volutamente alla soglia di una figurazione inafferrabile, tesa a un’astrazione malinconica. Anche Clarice Zdanski padroneggia il messaggio informale, in un gioco suadente di contrappunto fra colori chiari e ombrosi. Filippo Alpi interrompe l’ambiguità tra figurativo e informale, alludendo alla presenza umana, tramite una forte espressività del segno pittorico. Anna Caruso è a sua volta portatrice di una personale tensione intellettuale, amando l’allusione, e rivolgendosi a una realtà sempre circostanziata. Dellacà, invece, in un delizioso ammiccamento, realizza raffigurazioni che pur rinunciando all’Iperrealismo degli anni Ottanta, tiene aperte le porte alla Pop Art italiana. La realistica figura femminile psicologicamente approfondita da Matteo Tenardi, affonda le radici in una classicità statica e suadente. Assai vicino è il caso di Alessandra Pennini, che opera attraverso un segno abile, di tradizione, dimostrando la propria autonomia dai pericoli della retorica figurativa.
L'insostenibile leggerezza dell'essere
Con questa mostra vogliamo
ridefinire la leggerezza e la pesantezza come falsi contrari, così come
Milan Kundera li propone nel suo famosissimo romanzo-saggio “L'insostenibile
leggerezza dell'essere”, titolo che abbiamo preso in prestito proprio come
tributo al suo lavoro. Nella nostra esposizione, così come nel romanzo, temi
come la vita, la morte, la malattia, la guerra, la bellezza e la crudeltà,
la violenza e l'ironia, l'erotismo e la sofferenza, vivono sospesi in
un'atmosfera fluida che li rende un continuum l'uno dell'altro, una
soluzione imprescindibile che compone l'esistenza umana, dove nessuna parte
ha davvero più peso dell'altra. E dove, quindi, il concetto di pesantezza
perde il proprio senso e levita, privato di gravità, nel vortice a volte
insostenibile di eventi che travolgono e stravolgono il nostro mondo e il
nostro destino.
"Chi guarda se stesso, rischia di
incontrare se stesso. Questa è la prima prova di coraggio nel percorso
interiore. Una prova che basta a spaventare la maggior parte delle
persone, perché l’incontro con se stessi appartiene a quelle cose
spiacevoli che si evitano fino a quando si può proiettare il negativo
sull’ambiente" Carl Gustav Jung. Nelle sue opere dall’iconicità
irriverente, inquietante e seducente, Dellaclà indaga i confini del sè,
elaborando un linguaggio pittorico forte ed incisivo che prescinde da
qualsiasi interpretazione convenzionale. Nasce, così, un microcosmo
elettrizzante di immagini intense e colori acidi, un gioco sottile che
sottolinea il rapporto tra sensi e ragione, tra ironia e violenta isteria.
Pittrice e modella di se stessa, Dellaclà concentra la propria ricerca
estetica sull’autoritratto, muovendosi con brio e agilità fra radici
classiche, ricerca e innovazione. Fabbricando visioni dotate di una
straordinaria e selvaggia forza magnetica, l'artista si mette in gioco
come opera per stimolare il racconto pittorico; il suo corpo diventa
strumento da osservare,i suoi "gestacci" una danza catturata all'interno
di spazi luminosi di colori. Attraverso una personalissima via di
autorappresentazione, orientata all'esternazione di un'istintualità quasi
ferina, l'artista, con la leggerezza di un angelo dissacrante e
provocatorio, colora di femminilità le inconfessate e inconfessabili
tensioni ricacciate nelle profondità dell'inconscio e mette a nudo le
convenzioni che le mascherano.
Tratto dal testo
critico "SGUARDI MULTIPLI"
DA “ CRISTALLI DI ROCCA” II Edizione.
I suoi autoritratti ironici sono
sempre incisivi e comunicano senza mezzi termini, parlando del dolore, ma
anche del suo superamento. Attraverso l'atto di infliggersi dei colpi o, al
contrario, di strapparsi via dei chiodi dal corpo in segno di una forte
volontà di guarigione dalla sofferenza, Dellaclà percorre una ricerca
personale sulla forza interiore. Questa si manifesta con un sarcasmo rivolto
verso gli ostacoli della vita, con un gioco in cui si vince quando non ci si
prende troppo sul serio e in cui le regole sono quelle di affrontare ogni
battaglia con coraggio, con un senso di superiorità verso i singoli eventi
in una concezione quasi mistica del percorso umano. La pesantezza delle
esperienze si scontra così con un senso leggero e fatale dell'esistenza,
espresso anche da uno dei materiali che utilizza con più frequenza nelle
ultime opere: la gommapiuma. Contro questa leggerezza si scagliano armi,
lame, oggetti micidiali che restano però inoffensivi quando si trovano
davanti uno scudo di fiducia. Una fiducia che l'artista ripone in se stessa,
ma soprattutto in un senso della vita che travalica le singole esperienze.
da "DELLACLA' – CHIODI DELLE MIE PENE" Dellaclà realizza una mostra personale estremamente articolata che sviluppa lavorando con un ventaglio di mezzi espressivi decisamente ampio. Passa dall'installazione alla pittura, dalla performance con documentazione video a nuovi modi di concepire l'utilizzo dell'acquerello e dell'incisione e giostra la complessità strutturale della mostra con un controllo maturo che mantiene il tutto bilanciato, uniforme, denso e omogeneo. E' del resto complicato e tortuoso anche il raggio di tematiche che l'artista intente affrontare e che, come il titolo aiuta bene a capire, si concentra sul dolore, su quella vasta area di situazioni umane negative, quelle “pene” che possono essere più o meno personali e intime oppure comuni e condivise. Sono esperienze incentrate su una forte umanità, con una direzione più specificatamente femminile e una sotto-venatura vagamente romantica e nostalgica. Il tutto tende però all'idea di superamento e il vero fulcro del messaggio è chiaramente un quasi ricettario di come recuperare se stessi dopo le sconfitte in un ripristino di una situazione di speranza e fiducia senza la quale la vita non varrebbe la pena di essere vissuta. Nel linguaggio metaforico utilizzato da Dellaclà il dolore è raffigurato con la presenza di armi o strumenti che hanno la capacità potenziale di ferire, come pistole, mannaie o come appunto i chiodi, in questa occasione messi particolarmente in risalto dall'installazione che apre la mostra. Si tratta, infatti, di una pedana di tre metri per tre con una base di gommapiuma su cui sono stati depositati cinque quintali di chiodi. Essendo la pedana una tappa obbligata di passaggio nella galleria per riuscire a visitare il resto della mostra, il visitatore è obbligato a calpestarla. E' a questo punto che ci si rende conto della discrepanza tra l'apparente durezza e asperità dell'installazione e la reale sensazione di morbidezza che si ottiene calpestandolo grazie alla gommapiuma nascosta al di sotto, esperienza interpretabile anche in un'ottica di premio per chi decide di affrontare gli apparenti ostacoli della vita e di compiere uno sforzo per passare oltre. Ma non è tutto. Sulla pedana si trova anche un cuscino di lamiera dentro cui è conficcato un gigantesco chiodo alto 1.64 cm, inciso su due lati in uno sforzo fisico ed emotivo dettato da una visceralità autobiografica. Da una parte, infatti, sono raccolte per immagini una serie di elementi, avvenimenti e sensazioni positive vissute in prima persona dall'artista, dall'altra, specularmente, sono rappresentate una serie di momenti difficili e avversità, raccontate in modo quasi iconico. Oltrepassata la pedana, gesto che possiamo vedere anche come rito di iniziazione per entrare nella sfera più intima dell'artista, troviamo una mostra in cui si combatte perennemente tra leggerezza e pesantezza, gioia e dolore, spiritualità e rinuncia. La forte componente umana investita da Dellaclà è segnalata soprattutto dal fatto che in un modo o nell'altro ogni opera è un autoritratto, il che implica la presenza quasi ossessiva di un'auto-analisi meditata, alla ricerca di una soluzione di positività che deve emergere dall'interno di noi stessi. Prendiamo ad esempio le incisioni su gommapiuma. Tecnicamente è da rilevare che Dellaclà è la prima artista a incidere questo materiale, ma più che un esperimento di nuovi linguaggi l'artista ricerca il contrasto tra uno strumento che presuppone forza fisica e che dà l'idea di pressione, scalfittura e forzatura, utilizzando però come base un materiale fragile e morbido per antonomasia. A essere rappresentate sono poi le caratteristiche di durezza e di micidiale potenziale delle armi, metafora di un dolore che resta attaccato alla fragilità dell'anima e che, reso oggetto attraverso una rappresentazione a metà tra il teatrale e il magico, diventa condivisibile come strumento di conoscenza tra gli esseri umani, uno specchio dove ognuno può vedere riflesse e accettare le proprie pene, le proprie ferite, il rischio della sofferenza a cui ogni uomo è esposto continuamente. Le armi, o meglio, le lastre a forma di armi che sono servite per le incisioni, sono poi riutilizzate in sculture che riproducono in scala minore l'installazione di apertura mostra. Altri tre cuscini di lamiera, infatti, sono disposti in galleria con conficcate al loro interno le forme incise di un'accetta, una mannaia e un nuovo chiodo stavolta in dimensioni ridotte. E le stesse sono poi riproposte, per chiudere una struttura ciclica completa, in dipinti di grandi dimensioni in cui l'artista si autoritrae alle prese con la manifestazione fisica e allegorica del proprio dolore, illustrando visivamente quei modi di dire colloquiali che utilizziamo quotidianamente per esprimere il nostro dolore: “un proiettile nel cuore”, “una coltellata”, “un chiodo nel petto” e via dicendo. Una sofferenza che viene però superata attraverso un fascio di luce che la illumina direttamente nelle ultime opere che ha realizzato e che è di fatto il rischiararsi dopo la lotta, la volontà di seguire una strada di salvezza, una presa di coscienza della necessità del superamento, del raggiungimento di una meta nonostante le avversità che tutti prima o poi incontriamo. Così il dolore inverte il suo senso di marcia e compie un back-forward nel quadro che dà il titolo alla mostra in cui Dellaclà si strappa via dei chiodi dal petto, culminando in un atto estremo e viscerale la radicale decisione di riappropriarsi della propria esistenza. Questo processo è del resto esplicitato da una performance teatrale testimoniata in galleria da un video e da una serie di acquerelli tratti da frames della ripresa. La danza che Dellaclà compie nel suo atto performativo è completamente tesa a un'auto-liberazione da un sentimento che la tiene schiava e che esprime attraverso il testo della canzona “Paloma nera”, in una serie di atti teatrali drammatici che però culminano in un riscatto finale che la vede come rinata.
Da sottolineare che Dellaclà compie
una continua ricerca della rappresentazione del dolore femminile nella
storia dell'arte, avvicinandosi ad alcune artiste come Frida Kahlo, con cui
condivide diversi escamotage stilistici come l'autoritrarsi, l'estrapolarsi
fuori da un contesto realistico, la cura per le espressioni del viso in modo
molto più meticoloso che tutto il resto dell'opera e un senso onnipresente
di una forza superiore che ci trascina avanti ugualmente nonostante
l'apparente insostenibilità di quello che può accadere. Così come altre
analogie possono essere ricercate con il lavoro fotografico della nostra
Tina Modotti, con gli aghi di Mona Hatoum, con l'autoritrarsi insistito e
inquietante di Cindy Sherman e via dicendo. La sua ricerca prende dunque
ancora più forza in quanto si inserisce in un percorso storico e sociale di
un'arte al femminile tradizionalmente impegnata contro la sofferenza e il
dolore, si tratti di “pene” e “ferite” intime o sociali, messe in luce da
una sensibilità che l'animo femminile può rendere sconcertatamente poetiche.
Inaugurata Sabato 6 Dicembre 2008 ore 17.30 una collettiva di sette giovani artisti che lavorano utilizzando la pittura figurativa, soprattutto concentrata sulla figura umana come sorta di autoritratto collettivo di una generazione di artisti, ma più in generale di uomini. Per questo la mostra si intotola "La casa degli specchi", rimandando all'idea di un ambiente che in qualche modo ci descrive e ci riflette una nostra immagine a ogni opera. Possono essere visioni più o meno realistiche, partendo per esempio dalla perfezione stilistica di Matteo TENARDI che lavora riproducendo perfettamente i tratti somatici dei suoi soggetti e unendovi una particolarità tutta sua, quella di fare in modo che escano letteralmente dal quadro, sporgendosi fuori dalla tela in un equilibrio sospeso tra la realtà e il mondo dell'arte. O, al contrario, si può trattare di una visione distorta, patemica, trasformata dall'intimo, e ci si riferisce qui alla pittura di Luca COLTELLI nei suoi lavori su tavola, tutti dotati di una esagerazione in senso sarcastico, cattivo, tagliente, come protuberanze eccessive di personalità. Sono “cattive” in questa accezione anche le donne-bambole di Sonja QUARONE, costruite come collage in cui spesso ricorre il lattice, una sorta di seconda pelle dall'effetto plancentare, protettivo, che trasforma l'interpretazione dell'acidità dei suoi personaggi in una forma di auto-difesa. E' questa in linea generale l'interpretazione dell'apparente violenza e dei modi mascolini, bruschi, delle espressioni crude e delle posture chiuse delle donne di Lidia BACHIS, sempre accompagnate da armi da fuoco, decorate da tatuaggi, vestite in modo provocatorio e sul punto di essere pronte a una metaforica battaglia con chi cerca di strappare dei momenti della loro intimità. Ad usare le armi è poi anche DELLACLA', con incisioni su gommapiuma dove imprime la propria immagine riflessa sulle superfici specchianti di armi perlopiù da taglio. Il vero concetto dietro questo atto che sembra di sfida e violenza è il voler combattere il dolore e le situazioni avverse delle nostre vite, dandoci quindi un messaggio finale positivo, simboleggiato dal sorriso sardonico del proprio autoritratto. Mentre è un lavoro più lirico quello di Daniela CAVALLO, anche lei concentrata su un senso del superamento e della trascendenza, della “ascensione” - come richiama nei titoli delle sue ultime opere – come fenomeno dell'io che a contatto con la natura riscopre una propria spiritualità e un retrogusto di misticismo. Un processo quindi mentale, ma che viene concretizzato da Ilaria MARGUTTI attraverso la laboriosa attività del cucire. Ricreando con il filo la figura di personaggi intenti letteralmente a ricucirsi, ci parla della difficoltà – ma possibile, realizzabile e attualizzata – del recupero di se stessi, del rattoppo delle proprie ferite.
Attraverso la mostra si
ripercorre quindi un ampio ventaglio di modi di essere, psicologie e
situazioni, sicurezze o ideosincrasie, stili di vita e stili di difesa,
paure e modi di affrontarle, rispecchiando una sfaccettatura umana che è
propria delle persone nel loro complesso e nella loro individualità.
da "Emergenze 7": L’ultimo respiro nei miei occhi rubato alla Vaccari Con il sudore del tuo volto mangerai il pane, finché tornerai alla terra, / perché da essa sei stato tratto, polvere tu sei e polvere ritornerai. In Genesi 3, 19 è scritto un destino dell’uomo cui anche chi non è religioso probabilmente crede senza difficoltà, quello di dover faticare duramente per vivere con la prospettiva di tornare ad essere nient’altro che polvere. Maggior corrispondenza a tutto questo si trova in coloro che hanno svolto un duro lavoro e di polvere ne hanno respirata in abbondanza: i numerosi operai che, in tempi di scarsa attenzione alle norme di sicurezza, hanno compromesso la loro salute. Di questo ci parla l’installazione di Dellaclà, in modo meno brutale di questo incipit. L’artista ha cercato materiali sul posto, trovando le candide sfere di pietra utilizzate per sminuzzare la terra, le ha composte in una forma riconoscibile, quella dei nostri organi respiratori; seguendo il percorso delle fasce bicolori dei binari, ne ha creato uno nuovo, evanescente, fatto di quella polvere che nei polmoni è entrata, infida, per lasciare i segni del tempo, e lo ha punteggiato di luci, che nella loro proiezione di contenuti scritti sulla superficie richiamano un’appropriazione indebita (più o meno) di materiale della ditta, compiuta da alcuni operai Vaccari come a cercare un riscatto.
Tutto è pervaso da un
grande candore decorativo,
anche grazie all’evanescente presenza
di un autoritratto così tipico
di Dellaclà, ma resta un messaggio
forte e pesante che,
parafrasando Giobbe, suonerebbe come “l’industria ha dato,
l’industria ha tolto, sia benedetto
il nome dell’industria”.
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