home1 opere recensioni note mostre eventi link

contatti

 

recensioni e testi critici

 

 

DA “URBAN CREATURES”

dal 19 GIUGNO Al 16 LUGLIO 2010 dalle 18.00 Palazzo S. Bernardino - Rossano (CS) Spazioeventi Mondadori, San Marco - Venezia a cura di Settimio Ferrari e Francesca Londino.

ARTISTI IN MOSTRA: Angelo Barile - Michele Bono - Maurizio Cariati - Linda Carrara - Delya Dattilo - Debora Fede - Diego Dutto – Dellaclà - Damiano Fasso - Gavino Ganau - Mario Loprete - Francesco Liggieri - Ilaria Margutti - Sabrina Milazzo - Jara Marzulli - Andrea Riga - Matteo Tenardi - Angelo Volpe.

Creature urbane in bilico tra lo smarrimento e la riconquista dell’identità individuale. Qui l’arte visiva non smette di rincorrere la realtà: ed ogni volta qualcosa le resta tra le mani.

Urban Creatures è il titolo della mostra itinerante ospitata nel progetto artistico culturale “Arcanum Naturae”, a cura di Francesca Londino e Settimio Ferrari, patrocinato dal Dipartimento Politiche dell'Ambiente della Regione Calabria e dal Comune di Rossano.
La mostra riunisce 19 artisti emergenti sulla scena nazionale o internazionale che esplorano la meccanica sociale contemporanea e le sue conseguenze sulla vita dell’individuo.
La loro indagine sugli spaccati sociali ed emozionali di quella che per alcuni aspetti viene definita “epoca delle passioni tristi”, le loro riflessioni sulle tensioni e le contraddizioni che si nascondono sotto i toni smaglianti di una società complessa, secolarizzata e disorientata, la loro attenzione verso un paesaggio umano e, si suppone, urbano offrono allo sguardo un momento speleologico in cui il rigore analitico sembra aver avuto un incontro felice con la rabdomanzia. Una cornice in cui si rimane in balia di opere che esprimono un lucido e complesso dialogo/soliloquio su una contemporaneità che non ammette certezze. Il senso di visionarietà di Linda Carrara che presenta i soggetti del suo sguardo in uno stato di percezione incerta,come apparizioni indistinte colte attraverso la penombra, la poetica discesa demoniaca intrapresa da Mario Loprete nei quartieri neri delle metropoli statunitensi, scansati dal conformismo quotidiano, per raccontare la violenza continua che tutti subiscono nei rapporti interpersonali, le immagini di Gavino Ganau apparentemente sorde ma capaci di penetrare nei nostri recessi e di risuonare, sottratte al flusso incessante della comunicazione, i valori dell’installazione utilizzati da Dellaclà per creare quella distanza necessaria alla fruizione di immagine che l’osservatore accoglie con la nostalgia di qualcosa che si è perduto creano un’atmosfera che conferisce alla mostra un’intensa stimolazione visiva. Colpiscono in questo senso anche la silenziosa teatralità che emerge nei dipinti di Matteo Tenardi, dove figure singole e isolate, in bilico tra tensione interiore e reale indifferenza, sembrano voler uscire dal rettangolo creativo che le tiene prigioniere; il senso di enigmatica sospensione, capace di evocare drammatiche risonanze che caratterizza l’opera di Andrea Riga, densa di rimandi alle debolezze e alle lacerazioni del tessuto sociale contemporaneo; la deformazione prospettica, estroflessa dei volti dipinti, visti come da un fish eye, di Maurizio Cariati. Volti in cui l’artista coglie una sorta di dolce e catatonica belluinità, che rinnega gerarchie e classificazioni.
All’universo femminile contemporaneo, per poterlo indagare, leggere e raccontare come nuova possibilità di immagine e di senso si rivolgono le immagini di Jara Marzulli, schegge di dolore che rimandano alla ricerca del Sé perduto. Le figure di Ilaria Margutti, avvolte dalla stesso silenzio e concentrazione che caratterizzano il tempo lento e meditato necessario al lavoro di pittura e ricamo che le ha create, si definiscono nel gioco tra fili e luce che vi si compie sopra. Ipnotizzano lo sguardo per l’intensità cromatica le opere di Angelo Volpe che raffigurano cartoon girls dal forte appeal visivo, simbolo dell’attuale mercificazione mediatica del corpo femminile.
Un linguaggio fumettistico ironico e colorato caratterizza anche l’opera di Michele Bono che produce storia, distruggendo l’aura degli anti-eroi e dei falsi idoli della nostra contemporaneità.
Il lavoro di Francesco Liggieri si presenta come una grande composizione di ritratti affiancati in una sorta di quadreria. L’opera si trasforma così in un organismo complesso che rimanda ai legami liquidi nell'era dei social network. Sulla natura dei sentimenti umani indaga anche Sabrina Milazzo, concentrando la sua attenzione sulla sensualità dei corpi di una giovane coppia. Corpi che s’intrecciano, mani che toccano, sfiorano, cercano…
L’occhio di Angelo Barile è attento al mondo dell’infanzia, un’infanzia figlia dell’immagine, che respira le incertezze del presente, affondando in un indeterminato smarrimento, tra innocenza e perversione. Le immagini di Delya Dattilo, inserite all’interno di bianchi tabernacoli modulari, dalle geometrie dolci, sono punti di appiglio per proiettare l’infinito cosmico che è dentro di noi. Debora Fede accorda l’immagine della realtà, della scrittura e della fotografia in un unicum suggestivo e malinconico che si verifica e si rivela soltanto nel momento in cui è esibito. Le sculture di Diego Dutto sembrano il ponte, la traccia di un processo di trasformazione dagli esseri viventi alle forme meccatroniche, ovvero l’esperienza dialettica di una conoscenza estetica che riscrive il codice della vita tra il naturale e l’artificiale. Il futuro cibernetico che insidia il presente affascina anche Damiano Fasso che propone un’installazione che trasforma l’uomo in un ambiguo e inquietante ente inorganico, privo di peso e di carnalità, intrappolato nella logica ferrea della tecnologia avanzata.

 

 

DA “ CRISTALLI DI ROCCA”  I Edizione.

Dellaclà si autorappresenta sempre con un sorriso amplissimo, con il dito medio a fare il noto gesto sconcio (a chi? All’osservatore, a se stessa? Né all’uno né all’altro, ma alle avversità della vita! ), con un’accetta, con un coltello, una pistola in mano nell’atto di infliggersi un colpo (sempre sorridendo): sicuramente una rappresentazione ironica, paradossalmente, ma, come sempre, nell’ironia appare un velo di tragicità, di insoddisfazione, di un qualche desiderio o obiettivo non ancora raggiunto, di incertezza all’ ingresso della vita autonoma ed autosufficiente, ma anche di rassegnata accettazione, nonostante il “travestimento”che afferma se stessa. Le immagini poi, tutte oli su tela, stilisticamente tengono conto della massa di immagini che, dal fumetto al computer, dal film d’ animazione alle fotografie iperealistiche, ci bombarda da anni quotidianamente.
Giorgio BONOMI

 

DA “ GIOVANI ARTISTI DI-SEGNANO IL SACRO IV “

In Dellaclà colpisce lo spazio dove silenzio e immagine dichiarano l’annuncio invocando la bellezza. La luce prende forma, ricostruisce l’inconsistenza di un sogno. Minuziose descrizioni generano immediatezza e contraddittorietà, mentre tutto si stempera in una dolcezza imprevista. Nel chiodo che l’artista rivolge a sé la rievocazione di un tragico destino: l’infamia della violenza. Nella prefigurazione della passione, l’incanto della nascita si lega irrimediabilmente al mistero del male, ma oltre il dolore c’è consolazione, la morte trascorre, muta e matura in dono perenne. Emozioni segrete dell’artista e tempestose passioni vivono in intense pulsioni cromatiche e accompagnano un sentimento poetico.
Silvia SCARPULLA

 

TWIN SOULS FRAGMENTS

Quando si parla di nuova pittura di matrice figurativa si entra in una campo minato e sovraffollato, che il grande successo espositivo e di pubblico, ormai neppure più troppo recente, ha popolato di innumerevoli cloni, di cifre stilistiche ripetitive o banali, di esercizi accademici o di addirittura di mero artigianato ritrattistica spacciato a caro prezzo. Un’inflazione che rischia di distogliere l’attenzione dalla reale e epocale importanza che il recupero della figurazione ha avuto nell’ evoluzione dell’arte contemporanea, assumendo una funzione insieme rinvigorante e dialettica nei confronti di un panorama ormai esausto: d’altra parte le banalità e le furberie sono sempre esistite e ho conosciuto non pochi concettuali e astrattisti improvvisati. Quello che conta veramente nell’arte, al di là di ogni moda, è la reale tensione creativa, un’ansia insieme mentale, fisica e psicologica che nessun esercizio formale può comunicare. Un’ansia e anelito che sono ben presenti, vivi e palpitanti nelle opere di Dellaclà che gioca con frammenti e i particolari di un volto, non un ritratto, assolutamente, ma l’idealizzazione di un alter ego. Dellaclà è giovanissima ed esuberante e così giovane la sua anima gemella, e coloratissima, appariscente, vitalissima. Labbra turgide di fragola, occhi di gatto è una figura forte e trionfante che vive di luce e nella luce ricorda le “Figlie del Sole ” di Kerényi, Circe, Medea, la Forza che cavalca l’aureo leone, le splendide e terribili dee gialle che incarnano il lato femminile del nostro astro (anche in Giappone il Sole è una dea: Amaterasu). Questa personalissima ricerca parla di una donna determinata nella sua fragilità  e la giovane artista la declina con una tecnica sorprendente e matura che accompagna lo spettatore in un particolarissimo viaggio, interiore e esteriore insieme. Disegnando per tappe la geografia di un volto, l’autrice ci porta nei meandri della psiche profonda, ci racconta i sogni e le aspirazioni che si nascondono dietro un battito di ciglia su due occhi verdi, ci immerge nella tensione, appena accennata ma fortissima, che si cela in una plica nasale, ci introduce alla corte di questa regina gialla, privatissima e universale, affascinante e sfuggente, bella e terribile come non mai una donna o, meglio, come sempre ogni donna.
Elisabetta ROTA

 

 “BATHROOM OF ARTIST... ARTIST IN THE BATHROOM"

I bagni degli hotel sono uno dei luoghi più ambigui e complessi fra tutti quelli che ci portano a frequentare le nostre esperienze di vita, forse più delle stesse camere: con la loro inestricabile commistione di sfera personale e privatissima e, insieme, di dimensione pubblica e collettiva, sprigionano un fascino discreto venato di sottile morbosità. Sono ambienti deserti popolati da tutta un’umanità, immaginaria eppure realissima come noi, che ci ha proceduto e ci seguirà, compiendo gli stessi atti “segreti”, specchiandosi negli stessi punti, sfiorando gli stessi oggetti, con un potenziale perversamente evocativo indiscutibile e, proprio per questo, sono gettonatissimi dai più creativi tra i giovani artisti che partecipano a fiere d’arte. Inevitabilmente quindi questi spazi ristretti e sospesi, carichi di suggestioni emotive, hanno ispirato Dellaclà a creare il suo personalissimo bagno d’ artista, declinando in chiave di installazione-autoritratto e realizzato con la solita prorompe vitalità. Un pizzico di sano narcisismo coniugato a una dose di ironia caratterizzano questo progetto, letteralmente dominato dall’autrice, che emerge non solo dalle piccole tele che costellano le pareti ma, inaspettatamente, anche dalle spugne da bagno, a far da corona al vero fulcro dello spazio: l’artista che espone se stessa nella vasca in una sorta di performance statica o, meglio di ready made umano. Il bagno di Dellaclà, solare come tutta la sua opera, è una sorta di boudoir contemporaneo, espressione di una femminilità trionfante utilizzata con frivolezza tattica per raggiungere obbiettivi ben più profondi e concreti… gioco, ma non solo.
Elisabetta ROTA

 

DA : “LIBERAMENTE LIBRO” - ”IL LIBRO DELL'IO”

Tra il pubblico e il privato si muove la ricerca presentata da Dellaclà. Attraverso la proposizione dimostrativa di un’immagine vista all’esterno, di un nucleo di ricordi ostruiti alla visione e di una parte in cui sono gli amici ed i conoscenti più stretti che si rapportano con la sua personalità. In bilico tra questi mondi dell’artista, si trovano quindi tantissime concezioni legate all’ attualità, in cui la sfera privata diviene un microcosmo da serbare ma che può divenire un’arma a doppio taglio, soprattutto nell’ importanza dell’apparire del mondo attuale dell’arte.
Stefano TADDEI

 

Da: SETTE/SETTIMI - “Il gesto impuro”

 Una cosa è certa, che i suoi, sono lavori facilmente riconoscibili. Per aver sottratto alle varie forme quel clima di nostalgico recupero postmoderno che ha visto mettere in atto, dagli anni ottanta in poi, una pittura figurata e spesso riguardata per mero ricalco. Dellaclà lo ha fatto con le sue azioni che mostrano una chiara rottura con il passato; ritraendo forme che attestano atteggiamenti di un collettivo vivere quotidiano, con un gesto che sfugge alla riflessione e fotografa atteggiamenti da cui trapelano i segni preliminari dell’individualismo e della sfrontatezza. Come asserito e visto avanti, ciò da facoltà di apprezzare un grado di originalità da cui trapela una forte ironia e permette una più diretta lettura del lavoro che non significa, però, emulazione degli stereotipi odierni ma, un semplice desiderio di appartenervi considerata per Lei la piena e legittima facoltà di tradurli in forme d’arte. Questo interesse non ha nulla a che vedere con la fatalità, che pure può essere vista nella profusione del make-up che, nei termini di un compassato stile cinematografico la sua, quella dell’artista appena ventenne, raggiunge direttamente lo spettatore con la potenza dell’ immagine, messa in posa e in atto per configurare il fatidico “gesto” che subito ci appare sgradito. Guardando colei che lo presenta, cioè la persona ritratta che lo indica esibendo anche la lingua leggiamo rari spunti  di effettuale comicità. Tanto è vera la demistificazione, accertata nel gioco ironico e non solo che l’ artista, sottraendo il suo vero nome nega autenticità e autorialità propria del costume e del sistema dell’arte. Elimina una parte del nome per suggellare la neutralità dell’attribuzione. La dominazione espressa verbalmente, fa pensare al sentimento confidenziale ed affettuoso che ci fa dire… “Siamo della-Clà”. Le idee sculture realizzate in ferro, presentano il “filo continuo” e della continuità. Deprivate di autorità, come farebbe un teen-ager che in quella istanza fa confluire la pura immaginazione- dissolta l’ identità- la figura silhouette assume in sé il potere della fascinazione, che attiene all’immagine e perde la contiguità con il passato poiché, la semplice azione, non comporta alcun conflitto. Perciò, nessuna coerente filiazione dalle regole. Si tratta piuttosto di una battuta spiritosa che presenta il gesto del fare arte… quel fatidico gesto impuro.
Dino DEL VECCHIO

 

Dalla Mostra: CASSETTO DISORDINATO

Sono opere ironicamente irriverenti quelle in cui Dellaclà si autoritrae, facendo di se stessa un oggetto di rottura dai canoni, sia puramente tecnici che di etichetta formale.
In primo luogo degenera tutti i cromatismi rendendoli più acidi e intensi e poi si raffigura in pose provocatorie: mostra lati aggressivi, insolenti, sfrontati, tira fuori il dito medio e a volte diventa parossisticamente e comicamente violenta ritraendosi, per esempio, con un'accetta conficcata in testa. Tutti elementi comportamentali inediti per la pittura e che sono entrati a far parte di una dimensione culturale underground soltanto grazie alla fotografia e al digitale. Sotto questo aspetto il lavoro di Dellaclà porta dunque la ricerca pittorica allo stesso livello di comunicazione contemporanea delle espressioni che sfruttano le nuove tecnologie.
A livello di significato introduce, invece, un elemento ironicamente ottimistico di rifiuto alla rassegnazione. In uno scenario pittorico italiano dove la figura dell'anti-eroe non è stata ancora realmente introdotta e viene vista con sospetto, le sue opere mostrano una strada umoristica e quasi fumettistica per fronteggiare le mille e una avversità che costellano la vita quotidiana. Il metodo è saggio e schietto: ridere della sfortuna, prendersi un po’ in giro e, quando occorre, mandare a quel paese chi e cosa ci creano problemi.
Carolina LIO

Dalla Mostra ORTICA E MIMOSA

 In un corpo di donna possono coesistere i contrari, perché gli opposti possono addizionarsi fino a far nascere una vera e propria corrispondenza tra le parti, poiché la luce per vivere ha inevitabilmente bisogno dell’ombra. E in un luogo chissà dove vi sono figure femminili che mostrano e si mostrano, sorridono e si disperano, dormono e sono liete di esistere.

Una giovane donna, Ilaria, matura e raffinata; una ragazza, Dellaclà, totale esuberanza e primavera della vita. Genio femminile. Cuore di donna. Vicende e narrazioni di due anime, di due artiste.

Ilaria Margutti ha una coscienza della rappresentazione intensa e potente, ci ha regalato soavi fanciulle dormienti raggomitolate e tiepide nel loro torpore; una nudità casuale che si mostra nell’incoscienza del sonno e del sogno. Dellaclà sembra farle da contraltare, “lei” è audace e provocatoria, vestita di maculato, ha cuspidi rosa di capelli, labbra cremisi e spessi arabeschi di trucco. Spontanea e accattivante nella sua femminilità alterata. Sorride, sempre. Anche quando si fa scintillare un coltello a lunga lama vicino alla tempia. Sorride e ammicca. Anche quando un’accetta si frappone fra la sua testa e il collo. Ilaria privata e intensa, Ilaria di complessi tratti emotivi. Dellaclà eccedente e accattivante, abbellita, Dellaclà desiderabile perché eccessiva. Figure quasi sempre isolate e decontestualizzate. Ilaria mette a nudo i nudi, “nuda in un ambiente nudo” si diceva della fanciulla in età puberale di Munch. L’anima gemella di Dellaclà (così è stata definita) mostra la lingua e alza il dito medio e si punta un coltello nel décolleté a ricordare la Donna gioiello di Huysmans “un gioiello meraviglioso dardeggia i suoi lampi nella divisione dei seni”. Preziosismo senza affettazione alcuna per Ilaria, preziosità tutta attuale per Dellaclà. La prima dipinge e ricama, nascono corpi fatti di fili di seta e cotone; impeccabili nel loro biancore attraversato da fili che sembrano tracciati in punta di pennello. Dellaclà, invece, offre cromie acide e artificiose come il blu e il verdastro. Esprimono due diverse chiavi di decifrazione psicologica, l’una e l’altra in bilico tra il visibile e l’invisibile; Ilaria quasi egoista nel restituirci il volto tutto, Dellaclà esageratamente generosa. Entrambe si affermano e si negano, entrambe di ironia e tristezza, pungenti e cedevoli, perché gli opposti sono inconciliabili solo in apparenza, perché “ogni letto di sposa è fatto di ortica e mimosa”.
Viviana Tessitore

 

LA SCENA VARIEGATA DELLA PITTURA

Dire che l’arte è morta è solo una finzione, anche se purtroppo sono in molti a crederci: c’è chi dice che l’arte si sia ormai dissolta nella tecnologia, e che debba solo esprimersi in un puro atto di pensiero, o in un’azione fine a se stessa, o in una presenza corporea emblematica. Tuttavia, nelle pagine di questo catalogo e negli spazi di questa esposizione sono riunite le esperienze espressive di artisti figurativi e astratti, grazie ai quali è ancora possibile dimostrare quanto la tradizione della pittura, come uso espressivo della materia cromatica, sia tuttora viva e attuale. Le artiste e gli artisti che andiamo qui a proporre sono dei professionisti, per i quali dipingere rappresenta ancora una sfida intellettuale, un esercizio di laboriosa manualità, un’aspirazione a comunicare la loro percezione del mondo attraverso il linguaggio visivo. Aver riunito dialetticamente, nello stesso spazio, artisti di tendenze anche opposte, ha consentito di mettere in scena un interessante gioco delle parti; ma ha soprattutto significato segnalare quanto di nuovo è ancora possibile realizzare in arte, quando si ha il coraggio di andare controcorrente, affrontando cioè lo spazio della tela o della tavola con l’applicazione sapiente del segno e del colore. In queste presenze non c’è nulla di esaustivo o di assoluto e neppure nulla di tendenzioso; si tratta soltanto di composizioni portatrici di singole voci poetiche e persuasive, che si rivolgono alla mente e al cuore di chi guarda. Tuttavia le diverse espressività costringono a un’attenzione più intensa di quella che si riserva solitamente a un’esposizione monotematica: nel percorso fra un’opera e l’altra si potranno quindi confrontare le tecniche e le tendenze, trovando analogie e contrapposizioni, oppure si potrà andare al piacere della scoperta, facendosi guidare solo dal gusto personale. È la libertà, comunque, che va sempre lasciata al visitatore di una mostra. Per quello invece che ci concerne, va segnalato il lavoro di Lucia Cecchi, dove il tema dell’assenza-presenza è la costante di una coerente rappresentazione del silenzio. Le corrispondono per contrasto le trame pittoriche di Gianna Zanafredi, dove l’azzeramento dell’immagine abbandona il tema dell’utopia del reale, a favore di un gusto attivo del colore. A queste due signore della tavolozza si affianca la ricerca di Andrea Terenziani, i cui lavori si arrestano volutamente alla soglia di una figurazione inafferrabile, tesa a un’astrazione malinconica. Anche Clarice Zdanski padroneggia il messaggio informale, in un gioco suadente di contrappunto fra colori chiari e ombrosi. Filippo Alpi interrompe l’ambiguità tra figurativo e informale, alludendo alla presenza umana, tramite una forte espressività del segno pittorico. Anna Caruso è a sua volta portatrice di una personale tensione intellettuale, amando l’allusione, e rivolgendosi a una realtà sempre circostanziata. Dellacà, invece, in un delizioso ammiccamento, realizza raffigurazioni che pur rinunciando all’Iperrealismo degli anni Ottanta, tiene aperte le porte alla Pop Art italiana. La realistica figura femminile psicologicamente approfondita da Matteo Tenardi, affonda le radici in una classicità statica e suadente. Assai vicino è il caso di Alessandra Pennini, che opera attraverso un segno abile, di tradizione, dimostrando la propria autonomia dai pericoli della retorica figurativa.
Paolo Levi

 

L'insostenibile leggerezza dell'essere

Con questa mostra vogliamo ridefinire la leggerezza e la pesantezza come falsi contrari, così come Milan Kundera li propone nel suo famosissimo romanzo-saggio “L'insostenibile leggerezza dell'essere”, titolo che abbiamo preso in prestito proprio come tributo al suo lavoro. Nella nostra esposizione, così come nel romanzo, temi come la vita, la morte, la malattia, la guerra, la bellezza e la crudeltà, la violenza e l'ironia, l'erotismo e la sofferenza, vivono sospesi in un'atmosfera fluida che li rende un continuum l'uno dell'altro, una soluzione imprescindibile che compone l'esistenza umana, dove nessuna parte ha davvero più peso dell'altra. E dove, quindi, il concetto di pesantezza perde il proprio senso e levita, privato di gravità, nel vortice a volte insostenibile di eventi che travolgono e stravolgono il nostro mondo e il nostro destino.
Su questa ambiguità kunderiana, una vera e propria filosofia del dubbio, ci si interroga ricerca dopo ricerca artistica, camminando come equilibristi sul sottile confine che separa il leggero dal pesante, cercando di capire quale dei due occupa il polo negativo e quale quello positivo da situazione a situazione. E trovando come risultato a volte la rivelazione più imprevista, il contrario rispetto a quanto il senso comune ci suggerirebbe. Che la morte e la malattia non sono meno impregnate di vita che la più struggente delle storie d'amore. Che la violenza e la solitudine possono essere due righe della stessa poesia. Che il caos e il silenzio sono egualmente opprimenti, ma ad un peso prossimo allo zero, perché l'umanità ha sempre più forza di quella che è convinta di avere.
Chiamiamola forza come anche energia, un qualcosa che non ha peso, ma che muove corpi e intenzioni e governa le leggi della fisicità. Federico Bebber cerca di renderla visibile, materializzandola nelle sue elaborazioni digitali come un fascio di luce che disegna un movimento frenetico, intrecciato, avvolgente attorno alle sue figure femminili in lotta tra l'aspetto fragile e quello sicuro del sè, tra ciò che ci fa tendere all'abbandono e quello che invece ci spinge a resistere. E' una lotta dove non vince nessuna delle due parti, mai, e la bilancia resta in equilibrio in modo da non riuscire a definire quale abbia più peso dell'altra nel complesso delle nostre decisioni, scelte e svolte di vita. In questo modo l'essere umano è dilaniato tra gravità e ascesa immateriale.
Un discorso che diventa tanto più evidente se consideriamo il campo intricato e viscerale dei sentimenti, dove possiamo prendere ad esempio quello più citato di tutti, l'amore. Lo troviamo nel lavoro di Dario Lanzetta, in tre stampe digitali dove una donna viene ritratta su uno sfondo luminoso, con colori confetto. Nelle prime due di queste foto, una prospettiva dal basso fa sembrare il soggetto come sdraiato sul vuoto, in un atteggiamento di abbandono e allo stesso tempo di tensione. Sono due dei lati della passione, l'attesa e l'urgenza, che si bilanciano sfidando la gravità e facendoci restare a mezz'aria. Ma c'è anche la convivenza tra eros e romanticismo, tra pudicizia e necessità di donarsi, e la metafora dell'aureola di un rosa setato che indica come anche la carnalità abbia il suo lato mistico. Nella terza foto il discorso viene esplicato ancora meglio attraverso l'immagine del fiore bianco che nasce dalla fronte di una donna dall'espressione quasi orgasmica. Qui si fa coincidere lussuria e candore, smascherando chi afferma che la sessualità sia sporca, qualcosa all'opposto della purezza.
Per restare in tema floreale, vediamo che anche Francesco Arena utilizza i fiori come simbolo di un mondo fragile e leggero, che emerge da un liquido quasi in modo miracoloso e ascetico. E' vero, si tratta di un liquido color sangue, e i fiori non sono solo metafora di candore, ma anche di un'estetica perfetta e antica, di un'espressione della natura idilliaca da intaccare per renderla meno leggera e fiabesca, proprio perché la leggerezza pura è insostenibile e non ha ragione di essere. Arena segna così i suoi fiori con dei piercing, ovviamente in metallo e quindi pesanti, oltre a essere il simbolo diretto di una dimensione umana che protesta contro la pulizia assoluta, che vuole aumentare il peso dell'uomo con il carico della soggettività e della differenziazione. In questo modo i fiori sono marchiati da qualcosa che li rende asimmetrici, pesanti, e li fa aggettare in avanti.
Il leggero e il pesante convivono ancora nell'esperienza quotidiana, fotografata da Nicola Bettale in micro-installazioni fotografiche di diciotto scatti ciascuna, dove ad essere protagonista è il movimento umano, appunto mosso e sfocato, colorato con toni forti, striato dalla luce in maniera energica. Anche qui non sappiamo se dare un valore di leggerezza o pesantezza. Essi convivono in un caos lirico, dove avvertiamo l'oppressione della fretta e del ritmo incalzante dei nostri giorni, unito alla danza lenta impressionata dalla luce sulla pellicola che il colore compie tra le gambe umane, in contorni poco definiti, soffici come tulle.
Ritmo e umanità sono anche al centro del video di Damiano Fasso, dove con una cadenza sempre più pressante vengono presentate immagini prima leggere (la natura, l'arte, simboli di vita e positività) e poi pesanti (morte, malattia, guerra e altri simboli negativi), così come comunemente concepiti nell'immaginario comune. Le immagini vengono poi scompigliate, riproposte con sovrapposizioni quasi subliminali, mischiate tra di loro in modo che la distinzione risulti sempre meno chiara, in ultimo inesistente. Fasso gioca con l'idea di una leggerezza illusoria anche nei suo quadri, in realtà quasi pitto-sculture dove delle sagome di peluche sono incollate su tele lavorate a colori tenui e brillantini. Il materiale e i soggetti, bambole o orsacchiotti, fanno intendere a prima vista l'opera come un tributo all'infanzia, con sfumature ludiche, candide, superficialmente dolci o addirittura sdolcinate. In realtà non c'è niente di più falso. Infatti, le scritte sotto le opere, in giapponese per non rendere l'interpretazione subliminale e non immediata, e soprattutto i titoli delle opere, ci fanno capire che la figura apparentemente così benevole di peluche è in realtà alle volte un giocattolo sessuale da sexy-shop, altre una donna tossicodipendente e così via, rivelando una concezione estremamente cruda della realtà e svelando gli altarini di un mondo dove tutto sembra superficiale e perfetto.
Una dinamica simile è quella utilizzata da Dellaclà che lavora con delle incisioni su gommapiuma. Il suo lavoro va a tatuare un materiale così leggero e inoffensivo con le immagini del suo diretto contrario: le armi. Una mannaia, un'accetta, un chiodo e un coltello vengono così rappresentate in quattro opere dove si incontrano e convivono un supporto soffice e un oggetto pesante, una forma dell'opera tondeggiante e dagli angoli smussati e un soggetto acuminato, affilato e tagliente. Ma c'è di più. Nelle lame micidiali, già pronte a colpire, viene riflessa l'immagine dell'artista che vi si ritrova dentro come se fosse colei che ferirà o che verrà ferita o probabilmente entrambe le parti. Spiegando che la vita, che si muove su un concetto così fragile come la dualità tra un corpo mortale e un'anima a cui non possiamo dare una forma, convive spesso con un dolore così lacerante da essere quasi palpabile, di cui siamo vittime e assassini o a volte suicidi.
Il concetto di riflessione come autoritratto lo ritroviamo anche nel lavoro di Tea Giobbio e di Maria Luisa Marchio. La prima ripete decine di propri autoscatti, provini e provini della propria stessa immagine, che poi allestisce sotto forma di cruciverba, simbolo degli enigmi come di ciò che sta ancora aspettando una definizione. Lo sforzo è quello disperato che l'uomo fa per rendere perfettibile il tempo, per ripetere l'irripetibile, per poterlo migliorare. Un concetto a cui Kundera dedica molto spazio nel suo romanzo, paragonando la vita a un entrare in scena senza aver mai provato. Il paradosso è quello di un concetto di esistenza come spettacolo unico, ma allo stesso tempo come prova generale di se stessa, qualcosa a cui si può dare un peso solo relativo, perché nell'irripetibilità c'è anche un sottofondo di frivolezza.
Quella frivolezza che però può raggiungere toni intensi e cupi quando ci si rende conto che un solo atto non ci basta e vorremmo duplicarci, espanderci, conquistare nuovi modi di essere vivi e nuovi lidi dove far approdare la nostra personalità. Maria Luisa Marchio ci prova dando una doppia lettura di se stessa. Si autoritrae infatti in stampe fotografiche trasparenti, leggibili da entrambi i lati, mentre gioca con la propria immagine su diversi livelli, riflettendosi in specchi, capovolgendo le posizioni comuni del ritratto, rileggendo e ricreando la propria immagine, ma sempre con toni scuri e atmosfere quasi tetre, insoddisfatte.
Perché non ci si accontenta della sola fisicità, così come della sola anima. Non ci si accontenta di una vita a senso unico, di una sola prova, di un'occasione unica e sfuggente, dell'esistenza come bozzetto di preparazione al niente. E lascia a bocca amara che il tempo scorra in maniera così leggera, incurante di tutto, che la vita abbia una propria forza che ci trascina in un flusso leggero di eventi in cui non ci si può soffermare, e si vada avanti sospesi tra vari gradi di superficialità, carichi de “l'insostenibile leggerezza dell'essere”.

 

 

"Chi guarda se stesso, rischia di incontrare se stesso. Questa è la prima prova di coraggio nel percorso interiore. Una prova che basta a spaventare la maggior parte delle persone, perché l’incontro con se stessi appartiene a quelle cose spiacevoli che si evitano fino a quando si può proiettare il negativo sull’ambiente" Carl Gustav Jung. Nelle sue opere dall’iconicità irriverente, inquietante e seducente, Dellaclà indaga i confini del sè, elaborando un linguaggio pittorico forte ed incisivo che prescinde da qualsiasi interpretazione convenzionale. Nasce, così, un microcosmo elettrizzante di immagini intense e colori acidi, un gioco sottile che sottolinea il rapporto tra sensi e ragione, tra ironia e violenta isteria. Pittrice e modella di se stessa, Dellaclà concentra la propria ricerca estetica sull’autoritratto, muovendosi con brio e agilità fra radici classiche, ricerca e innovazione. Fabbricando visioni dotate di una straordinaria e selvaggia forza magnetica, l'artista si mette in gioco come opera per stimolare il racconto pittorico; il suo corpo diventa strumento da osservare,i suoi "gestacci" una danza catturata all'interno di spazi luminosi di colori. Attraverso una personalissima via di autorappresentazione, orientata all'esternazione di un'istintualità quasi ferina, l'artista, con la leggerezza di un angelo dissacrante e provocatorio, colora di femminilità le inconfessate e inconfessabili tensioni ricacciate nelle profondità dell'inconscio e mette a nudo le convenzioni che le mascherano.
Con una sorta di innocente perversione, Dellaclà si mostra e si osserva per travestire il peso della violenza con la leggerezza dell'auto-ironia. Travolgenti d’immobilità, i suoi auto-ritratti, sostituendosi con la forza della loro presenza al silenzio della parola, scuotono l'aria per sollevare ventate di incontrollabili pulsioni femminili. L'istinto è lo spunto di queste opere che, prendendo forma da accostamenti di colore forti e pronunciati, bloccano il tempo per catturare gli ultimi istanti di un algido caos emotivo in attesa di esplodere da un momento all’altro.
Francesca Londino

 

Tratto dal testo critico "SGUARDI MULTIPLI"
La convivenza tra forza e fragilità viene espressa, con maggiore intensità, nel lavoro di Dellaclà. I suoi autoritratti, a volte ironici, a volte dolorosi, sempre incisivi e senza mezzi termini, parlano della sofferenza, ma anche del suo superamento. Immagini di un pensiero selvaggio ma tenero, passionale, carnale e al contempo mistico, poeticamente rappresentate dall'atto di strapparsi via dei chiodi appuntiti dal cuore, o da un fascio di luce che le illumina il volto, legato più al senso di una direzione di salvezza che ad una esigenza plastica.
Carolina Lio e Francesca Londino

 

DA “ CRISTALLI DI ROCCA”  II Edizione.

I suoi autoritratti ironici sono sempre incisivi e comunicano senza mezzi termini, parlando del dolore, ma anche del suo superamento. Attraverso l'atto di infliggersi dei colpi o, al contrario, di strapparsi via dei chiodi dal corpo in segno di una forte volontà di guarigione dalla sofferenza, Dellaclà percorre una ricerca personale sulla forza interiore. Questa si manifesta con un sarcasmo rivolto verso gli ostacoli della vita, con un gioco in cui si vince quando non ci si prende troppo sul serio e in cui le regole sono quelle di affrontare ogni battaglia con coraggio, con un senso di superiorità verso i singoli eventi in una concezione quasi mistica del percorso umano. La pesantezza delle esperienze si scontra così con un senso leggero e fatale dell'esistenza, espresso anche da uno dei materiali che utilizza con più frequenza nelle ultime opere: la gommapiuma. Contro questa leggerezza si scagliano armi, lame, oggetti micidiali che restano però inoffensivi quando si trovano davanti uno scudo di fiducia. Una fiducia che l'artista ripone in se stessa, ma soprattutto in un senso della vita che travalica le singole esperienze.
Carolina LIO

 

da "DELLACLA' – CHIODI DELLE MIE PENE"

Dellaclà realizza una mostra personale estremamente articolata che sviluppa lavorando con un ventaglio di mezzi espressivi decisamente ampio. Passa dall'installazione alla pittura, dalla performance con documentazione video a nuovi modi di concepire l'utilizzo dell'acquerello e dell'incisione e giostra la complessità strutturale della mostra con un controllo maturo che mantiene il tutto bilanciato, uniforme, denso e omogeneo.

E' del resto complicato e tortuoso anche il raggio di tematiche che l'artista intente affrontare e che, come il titolo aiuta bene a capire, si concentra sul dolore, su quella vasta area di situazioni umane negative, quelle “pene” che possono essere più o meno personali e intime oppure comuni e condivise. Sono esperienze incentrate su una forte umanità, con una direzione più specificatamente femminile e una sotto-venatura vagamente romantica e nostalgica. Il tutto tende però all'idea di superamento e il vero fulcro del messaggio è chiaramente un quasi ricettario di come recuperare se stessi dopo le sconfitte in un ripristino di una situazione di speranza e fiducia senza la quale la vita non varrebbe la pena di essere vissuta.

Nel linguaggio metaforico utilizzato da Dellaclà il dolore è raffigurato con la presenza di armi o strumenti che hanno la capacità potenziale di ferire, come pistole, mannaie o come appunto i chiodi, in questa occasione messi particolarmente in risalto dall'installazione che apre la mostra. Si tratta, infatti, di una pedana di tre metri per tre con una base di gommapiuma su cui sono stati depositati cinque quintali di chiodi. Essendo la pedana una tappa obbligata di passaggio nella galleria per riuscire a visitare il resto della mostra, il visitatore è obbligato a calpestarla. E' a questo punto che ci si rende conto della discrepanza tra l'apparente durezza e asperità dell'installazione e la reale sensazione di morbidezza che si ottiene calpestandolo grazie alla gommapiuma nascosta al di sotto, esperienza interpretabile anche in un'ottica di premio per chi decide di affrontare gli apparenti ostacoli della vita e di compiere uno sforzo per passare oltre. Ma non è tutto. Sulla pedana si trova anche un cuscino di lamiera dentro cui è conficcato un gigantesco chiodo alto 1.64 cm, inciso su due lati in uno sforzo fisico ed emotivo dettato da una visceralità autobiografica. Da una parte, infatti, sono raccolte per immagini una serie di elementi, avvenimenti e sensazioni positive vissute in prima persona dall'artista, dall'altra, specularmente, sono rappresentate una serie di momenti difficili e avversità, raccontate in modo quasi iconico.

Oltrepassata la pedana, gesto che possiamo vedere anche come rito di iniziazione per entrare nella sfera più intima dell'artista, troviamo una mostra in cui si combatte perennemente tra leggerezza e pesantezza, gioia e dolore, spiritualità e rinuncia. La forte componente umana investita da Dellaclà è segnalata soprattutto dal fatto che in un modo o nell'altro ogni opera è un autoritratto, il che implica la presenza quasi ossessiva di un'auto-analisi meditata, alla ricerca di una soluzione di positività che deve emergere dall'interno di noi stessi.

Prendiamo ad esempio le incisioni su gommapiuma. Tecnicamente è da rilevare che Dellaclà è la prima artista a incidere questo materiale, ma più che un esperimento di nuovi linguaggi l'artista ricerca il contrasto tra uno strumento che presuppone forza fisica e che dà l'idea di pressione, scalfittura e forzatura, utilizzando però come base un materiale fragile e morbido per antonomasia. A essere rappresentate sono poi le caratteristiche di durezza e di micidiale potenziale delle armi, metafora di un dolore che resta attaccato alla fragilità dell'anima e che, reso oggetto attraverso una rappresentazione a metà tra il teatrale e il magico, diventa condivisibile come strumento di conoscenza tra gli esseri umani, uno specchio dove ognuno può vedere riflesse e accettare le proprie pene, le proprie ferite, il rischio della sofferenza a cui ogni uomo è esposto continuamente.

Le armi, o meglio, le lastre a forma di armi che sono servite per le incisioni, sono poi riutilizzate in sculture che riproducono in scala minore l'installazione di apertura mostra. Altri tre cuscini di lamiera, infatti, sono disposti in galleria con conficcate al loro interno le forme incise di un'accetta, una mannaia e un nuovo chiodo stavolta in dimensioni ridotte. E le stesse sono poi riproposte, per chiudere una struttura ciclica completa, in dipinti di grandi dimensioni in cui l'artista si autoritrae alle prese con la manifestazione fisica e allegorica del proprio dolore, illustrando visivamente quei modi di dire colloquiali che utilizziamo quotidianamente per esprimere il nostro dolore: “un proiettile nel cuore”, “una coltellata”, “un chiodo nel petto” e via dicendo. Una sofferenza che viene però superata attraverso un fascio di luce che la illumina direttamente nelle ultime opere che ha realizzato e che è di fatto il rischiararsi dopo la lotta, la volontà di seguire una strada di salvezza, una presa di coscienza della necessità del superamento, del raggiungimento di una meta nonostante le avversità che tutti prima o poi incontriamo.

Così il dolore inverte il suo senso di marcia e compie un back-forward nel quadro che dà il titolo alla mostra in cui Dellaclà si strappa via dei chiodi dal petto, culminando in un atto estremo e viscerale la radicale decisione di riappropriarsi della propria esistenza. Questo processo è del resto esplicitato da una performance teatrale testimoniata in galleria da un video e da una serie di acquerelli tratti da frames della ripresa. La danza che Dellaclà compie nel suo atto performativo è completamente tesa a un'auto-liberazione da un sentimento che la tiene schiava e che esprime attraverso il testo della canzona “Paloma nera”, in una serie di atti teatrali drammatici che però culminano in un riscatto finale che la vede come rinata.

Da sottolineare che Dellaclà compie una continua ricerca della rappresentazione del dolore femminile nella storia dell'arte, avvicinandosi ad alcune artiste come Frida Kahlo, con cui condivide diversi escamotage stilistici come l'autoritrarsi, l'estrapolarsi fuori da un contesto realistico, la cura per le espressioni del viso in modo molto più meticoloso che tutto il resto dell'opera e un senso onnipresente di una forza superiore che ci trascina avanti ugualmente nonostante l'apparente insostenibilità di quello che può accadere. Così come altre analogie possono essere ricercate con il lavoro fotografico della nostra Tina Modotti, con gli aghi di Mona Hatoum, con l'autoritrarsi insistito e inquietante di Cindy Sherman e via dicendo. La sua ricerca prende dunque ancora più forza in quanto si inserisce in un percorso storico e sociale di un'arte al femminile tradizionalmente impegnata contro la sofferenza e il dolore, si tratti di “pene” e “ferite” intime o sociali, messe in luce da una sensibilità che l'animo femminile può rendere sconcertatamente poetiche.
Carolina LIO

 

     da "LA CASA DEGLI SPECCHI"

Inaugurata Sabato 6 Dicembre 2008 ore 17.30 una collettiva di sette giovani artisti che lavorano utilizzando la pittura figurativa, soprattutto concentrata sulla figura umana come sorta di autoritratto collettivo di una generazione di artisti, ma più in generale di uomini. Per questo la mostra si intotola "La casa degli specchi", rimandando all'idea di un ambiente che in qualche modo ci descrive e ci riflette una nostra immagine a ogni opera.

Possono essere visioni più o meno realistiche, partendo per esempio dalla perfezione stilistica di Matteo TENARDI che lavora riproducendo perfettamente i tratti somatici dei suoi soggetti e unendovi una particolarità tutta sua, quella di fare in modo che escano letteralmente dal quadro, sporgendosi fuori dalla tela in un equilibrio sospeso tra la realtà e il mondo dell'arte. O, al contrario, si può trattare di una visione distorta, patemica, trasformata dall'intimo, e ci si riferisce qui alla pittura di Luca COLTELLI nei suoi lavori su tavola, tutti dotati di una esagerazione in senso sarcastico, cattivo, tagliente, come protuberanze eccessive di personalità. Sono “cattive” in questa accezione anche le donne-bambole di Sonja QUARONE, costruite come collage in cui spesso ricorre il lattice, una sorta di seconda pelle dall'effetto plancentare, protettivo, che trasforma l'interpretazione dell'acidità dei suoi personaggi in una forma di auto-difesa. E' questa in linea generale l'interpretazione dell'apparente violenza e dei modi mascolini, bruschi, delle espressioni crude e delle posture chiuse delle donne di Lidia BACHIS, sempre accompagnate da armi da fuoco, decorate da tatuaggi, vestite in modo provocatorio e sul punto di essere pronte a una metaforica battaglia con chi cerca di strappare dei momenti della loro intimità. Ad usare le armi è poi anche DELLACLA', con incisioni su gommapiuma dove imprime la propria immagine riflessa sulle superfici specchianti di armi perlopiù da taglio. Il vero concetto dietro questo atto che sembra di sfida e violenza è il voler combattere il dolore e le situazioni avverse delle nostre vite, dandoci quindi un messaggio finale positivo, simboleggiato dal sorriso sardonico del proprio autoritratto. Mentre è un lavoro più lirico quello di Daniela CAVALLO, anche lei concentrata su un senso del superamento e della trascendenza, della “ascensione” - come richiama nei titoli delle sue ultime opere – come fenomeno dell'io che a contatto con la natura riscopre una propria spiritualità e un retrogusto di misticismo. Un processo quindi mentale, ma che viene concretizzato da Ilaria MARGUTTI attraverso la laboriosa attività del cucire. Ricreando con il filo la figura di personaggi intenti letteralmente a ricucirsi, ci parla della difficoltà – ma possibile, realizzabile e attualizzata – del recupero di se stessi, del rattoppo delle proprie ferite.

Attraverso la mostra si ripercorre quindi un ampio ventaglio di modi di essere, psicologie e situazioni, sicurezze o ideosincrasie, stili di vita e stili di difesa, paure e modi di affrontarle, rispecchiando una sfaccettatura umana che è propria delle persone nel loro complesso e nella loro individualità.
Milano, 25 Novembre 2008 - Carolina Lio

 

da "Emergenze 7": L’ultimo respiro nei miei occhi rubato alla Vaccari

Con il sudore del tuo volto mangerai il pane, finché tornerai alla terra, / perché da essa sei stato tratto, polvere tu sei e polvere ritornerai.

In Genesi 3, 19 è scritto un destino dell’uomo cui anche chi non è religioso probabilmente crede senza difficoltà, quello di dover faticare duramente per vivere con la prospettiva di tornare ad essere nient’altro che polvere. Maggior corrispondenza a tutto questo si trova in coloro che hanno svolto un duro lavoro e di polvere ne hanno respirata in abbondanza: i numerosi operai che, in tempi di scarsa attenzione alle norme di sicurezza, hanno compromesso la loro salute. Di questo ci parla l’installazione di Dellaclà, in modo meno brutale di questo incipit.

L’artista ha cercato materiali sul posto, trovando le candide sfere di pietra utilizzate per sminuzzare la terra, le ha composte in una forma riconoscibile, quella dei nostri organi respiratori; seguendo il percorso delle fasce bicolori dei binari, ne ha creato uno nuovo, evanescente, fatto di quella polvere che nei polmoni è entrata, infida, per lasciare i segni del tempo, e lo ha punteggiato di luci, che nella loro proiezione di contenuti scritti sulla superficie richiamano un’appropriazione indebita (più o meno) di materiale della ditta, compiuta da alcuni operai Vaccari come a cercare un riscatto.

Tutto è pervaso da un grande candore decorativo, anche grazie all’evanescente presenza di un autoritratto così tipico di Dellaclà, ma resta un messaggio forte e pesante che, parafrasando Giobbe, suonerebbe come “l’industria ha dato, l’industria ha tolto, sia benedetto il nome dell’industria”.
Matteo Sara.

 

 

Home | Opere | Recensioni e Testi critici | Note biografiche | Mostre | Eventi | Link | Contatti